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Pancia gonfia: ti senti scoppiare? Forse hai un’intolleranza alimentare

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Che le si dia il nome di “colite”, di “intestino irritabile” o semplicemente di “pancia gonfia”, il problema è sempre lo stesso: spesso all’improvviso, anche dopo aver mangiato pochissimo (magari anche cibi indiscutibilmente sani), si avverte un fastidiosissimo e, apparentemente, inspiegabile gonfiore addominale.

Non si tratta solamente di un disturbo estetico, ma di un vero e proprio disagio, legato ad una tensione addominale costante che ci appesantisce e non ci dà tregua, spesso associato anche a crampi addominali, stitichezza o diarrea, flatulenza, meteorismo, ecc.

C’è chi dà tutta la colpa allo stress o al mangiare di fretta, senza prendersi le dovute pause. Sicuramente questi fattori sono anch’essi concausa del disturbo, ma c’è di più.

L’importanza dell’alimentazione

Immediato è il legame con l’alimentazione, causa diretta di questo disturbo. Ma se è legittimo sentirsi gonfi e pesanti dopo un’abbuffata (cibi grassi, dolci, fritti, ecc. sovraccaricano i meccanismi digestivi e di smaltimento dell’organismo producendo fermentazioni e gas), non sembra invece giustificato il gonfiore che insorge dopo un pasto a base di cibi considerati “sani”, facenti parte dell’alimentazione di tutti i giorni.

Le ragioni di questa inspiegabile “intolleranza” ai cibi quotidiani sono insite in uno stile di vita, soprattutto alimentare, che ci porta, un po’ alla volta, alla perdita dell’efficienza dei complessi meccanismi del nostro intestino.

La disbiosi intestinale

Condizione indispensabile per garantire la salute dell’intero organismo è il mantenimento dell’equilibrio della flora batterica intestinale (Eubiosi). Ci sono più di 400 specie batteriche che vivono nel tratto gastrointestinale, costituendo un vero e proprio ecosistema, che protegge la mucosa intestinale facilitando i processi digestivi e assimilativi. Ma purtroppo tale equilibrio è messo costantemente a dura prova a causa delle nostre abitudini alimentari e di stile di vita errati.

Fin dalla nascita, infatti, il mancato o insufficiente allattamento al seno, la precoce introduzione del latte vaccino o errori durante lo svezzamento e, nel corso della vita, l’abuso di farmaci (antibiotici soprattutto), gli inquinanti alimentari (metalli pesanti, additivi, conservanti e pesticidi), lo stress, le infezioni, ecc. alterano la composizione della flora batterica fisiologica.

Quando l’equilibrio tra i vari gruppi e sottogruppi batterici viene a mancare (Disbiosi), si creano le condizioni per la proliferazione di germi patogeni (clostridi, salmonelle, coli, candida, ecc.), il cui metabolismo, a carattere fermentativo (degli zuccheri) o putrefattivo (delle proteine), causa la formazione di quantità elevate di gas intestinali.

La Candida Intestinale

Ne è un esempio tipico la Candida Intestinale, un fungo abitante abituale del nostro intestino che, in caso di Disbiosi, ne approfitta per proliferare in modo anomalo, determinando una marcata fermentazione degli zuccheri, di cui si nutre, con il risultato di innescare un’anomala ed esagerata produzione di gas.

La flora batterica intestinale adempie anche l’importante compito di coadiuvare i processi digestivi delle sostanze alimentari ingerite. Produce infatti enzimi aventi la specifica funzione di aiutare, completare e “rifinire” il lavoro digestivo svolto dal pancreas. In condizioni di Disbiosi accade che i cibi che arrivano all’intestino non vengono adeguatamente demoliti nei loro nutrienti di base (acidi grassi, aminoacidi, monosaccaridi, ecc.), restando sotto forma di macromolecole indigerite; queste non possono essere assorbite dai microvilli intestinali e vanno incontro a fermentazioni o putrefazioni.

L’intolleranza al lattosio

Un esempio importante è il caso del lattosio; l’intolleranza al lattosio, estremamente diffusa, è determinata, oltre che da una scarsa produzione dell’enzima idoneo (lattasi) da parte del pancreas (l’enzima dovrebbe essere fisiologicamente presente nel lattante e poi calare gradatamente con l’età), anche dall’inefficiente sintesi di enzimi da parte della stessa microflora intestinale alterata (in disbiosi). Il lattosio, così indigerito, fermenta dando luogo a gonfiore e meteorismo.

Il mancato allattamento al seno altera la composizione della flora batterica fisiologica

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Le intolleranze alimentari

Come se ciò non bastasse, quando la flora batterica benefica scarseggia, ne approfittano i microrganismi patogeni che, tra le altre cose, arrivano anche ad aggredire la mucosa intestinale. I batteri intestinali “buoni” svolgono infatti anche un importante ruolo protettivo nei confronti della mucosa intestinale, la quale è costituita da uno schieramento compatto di cellule strettamente adese le une alle altre. L’integrità della mucosa è indispensabile per assorbire correttamente i nutrienti e per fare una selezione tra ciò che è utile all’organismo e ciò che invece è dannoso e, come tale, deve essere eliminato con le feci.

Venendo meno la moltitudine di batteri benefici, si riduce la loro azione protettiva: la mucosa intestinale è più esposta e diventa suscettibile all’aggressione delle sostanze tossiche e dei microrganismi patogeni (la stessa Candida, accrescendosi, sviluppa delle ramificazioni con le quali si ancora alla mucosa causando delle vere e proprie perforazioni).

In queste condizioni si creano dei veri e propri varchi tra le cellule e la mucosa diventa permeabile alle macromolecole alimentari indigerite e alle sostanze di scarto che altrimenti avrebbe respinto: l’intestino, da efficiente barriera selettiva, è ormai un “colabrodo”. Alimenti indigeriti e tossine fanno così il loro indesiderato ingresso nell’organismo: è questo il modo in cui si sviluppano le intolleranze alimentari.

L’intestino intollerante è infiammato

La condizione per cui si inneschi un’intolleranza alimentare è perciò la perdita di integrità della mucosa intestinale e il venir meno delle sue funzioni digestive e protettive. In questa situazione, oltre a crearsi un ambiente malsano, con produzione di grandi quantità di gas, accade che i cibi indigeriti, invece di essere eliminati come scorie con le feci, riescono a superare la barriera mucosa, perché non integra. Si allerta perciò il sistema immunitario sottostante, che identifica queste macromolecole alimentari come estranee, nemiche, e attiva contro di esse una risposta difensiva.

Si liberano di conseguenza grandi quantità di mediatori chimici e di cellule immunitarie (linfociti) che innescano una risposta di tipo infiammatorio. L’aggressione da macromolecole alimentari non viene generalmente considerata come un pericolo immediato da parte del sistema immunitario, quindi la reazione è lenta e nelle prime fasi silente (senza sintomi evidenti) e dose-dipendente, nel senso che per attivare i linfociti ad una risposta infiammatoria, l’attacco deve essere massiccio e prolungato.

Questo spiega il motivo per cui le intolleranze alimentari si sviluppano verso gli alimenti assunti più frequentemente e che fino a quel momento “non hanno mai dato problemi”, almeno in apparenza.

Tale stato infiammatorio cronico, leggero ma costante, dell’intestino, rimane silente fino a quando l’organismo non supera un certo limite, oltre il quale il sintomo si manifesta. Ad un certo punto, però, l’intestino infiammato diventa ipersensibile e non tollera più nulla: “ogni scusa è buona” per produrre gas, flatulenza, meteorismo…

L’intestino infiammato perde efficienza nel contenere e riassorbire i gas

In condizioni normali, nell’intestino umano sono presenti circa 100-150 ml di gas con variazioni individuali da 30 a 200 ml.  Diversi processi intervengono nel regolare la quantità d’aria presente nell’apparato digerente: un ruolo importante è svolto dalle pareti intestinali che hanno la capacità di riassorbire i gas prodotti, immettendoli nel sangue e favorendone perciò l’eliminazione con la respirazione.

In caso di intolleranze, la perdita d’integrità della mucosa intestinale si traduce in un alterato assorbimento dei gas intestinali, il loro trasporto nel torrente circolatorio è compromesso, con conseguente accumulo di aria nell’intestino. In tale situazione, ecco che possono comparire anche eruttazioni e flatulenza, per eliminare l’eccesso di gas.

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Un disequilibrio generalizzato

L’infiammazione latente ma costante della mucosa intestinale rende tutto l’organismo più fragile e suscettibile. In questa situazione anche altri organi, oltre all’intestino, ne subiscono le conseguenze. In particolar modo il fegato e i reni, deputati alla depurazione dell’organismo, sono sovraccarichi di lavoro, per l’enorme quantità di tossine e di scorie presenti in circolo.

Quando si ha un’intolleranza, aumenta infatti la quantità delle sostanze indigerite e indesiderate (cellule e mediatori dell’infiammazione) che devono essere eliminate; il carico di lavoro per questi organi diventa gravoso e molte tossine rimangono in circolo, affaticando ancor più l’organismo.

Perché eliminare l’alimento non basta

Scoprire quali alimenti causano il gonfiore potrebbe sembrare la soluzione al problema. A parte l’oggettiva difficoltà nel determinare, e quindi eliminare, i possibili cibi “colpevoli”, la vera responsabile di questa situazione è la Disbiosi Intestinale; come conseguenza si ha la perdita dell’integrità della mucosa intestinale e il venir meno delle funzioni digestive e della capacità di discernere tra ciò che è utile all’organismo e ciò che è dannoso.

Per questo, eliminare l’alimento verso cui si è intolleranti non rappresenta la soluzione definitiva al problema; si potrà avere un sollievo momentaneo ma sarà di breve durata.

È quindi necessario agire sulle cause, partendo prima di tutto dal luogo dove tutto ha avuto origine: l’intestino.

L’integrazione di supporto

Ferma restando l’attenzione alla dieta ed allo stile di vita, indispensabile è ricreare un ambiente intestinale sano e funzionale; è quindi possibile scegliere un supporto naturale, integrandolo alle azioni correttive intraprese per alimentazione e sport.

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